Il mozzicone sgualcito che ancora fumava in quello sbeccato ed improvvisato cimitero di piccoli servitori della morte era la degna rappresentazione dell'individuo consumato e non meno nocivo a sé stesso che ce lo aveva da poco malamente schiacciato. Non sapeva se fossero state le donne, il bourbon o Dio a ridurlo così. Non gli importava, in realtà, bastava avere qualcosa da maledire pur senza mai rinunciarvi. In fondo aveva solo quei quattro vizi: alcool, tabacco, donne e una fede strappata in più punti e non sempre ricucita ovunque e uniformemente; ben poca cosa, considerando che erano l'unico esile lenitivo di tutti i problemi che proprio quei vizi gli avevano causato.
Tutto sommato era sempre andata bene così, i piatti di quella bilancia arrugginita erano sempre riusciti più o meno a pareggiarsi, seppur altalenando, fino a quel giovedì sera, quel terribile giovedì sera in cui alla nebbia figlia di quel bicchiere di troppo si aggiungeva quella ben più cruda e fredda che gli carezzava la nuca e ne rendeva il cammino insidioso facendo brillare l'asfalto dando ironicamente a quell'ennesimo viaggio verso il fallimento l'aspetto di una strada lastricata di preziosi.
Il ricordo era vivido al punto tale che nemmeno l'ubriachezza riusciva più a dargli sollievo facendolo apparire più lontano o meno reale; camminava, come sempre bestemmiando dopo essere stato rifiutato da un'altra donna con la stessa faccia gli stessi vestiti e le stesse inconsistenti idee di quelle delle sere precedenti. Bestemmiava la propria miseria umana e finanziaria, e soprattutto bestemmiava qualcosa di più grande di lui, qualunque nome e forma avesse, sperando che ci fosse per non doversi addossare tutte le colpe delle proprie disgrazie. Camminava malamente e con passo incerto, consumando le suole come aveva consumato la vita.
Non voleva ricordare. Non voleva.
All'improvviso quel suono secco, isolato, impetuoso ma pulito al punto che pensare che fosse il rumore di una vita che lascia questa terra sembrerebbe impossibile. Il tintinnio dal ritmo crescente e inconfondibile di un bossolo vuoto come l'esistenza che ha appena contribuito a strappare. Non serviva essere investigatori per riuscire a risalire al luogo in cui il proiettile aveva appena abbandonato la canna e un'anima aveva appena abbandonato un corpo; l'eco metallica con cui lo sparo si ostinava a propagarsi nell'aria altrimenti immobile di quella notte in cui il mondo fino a poco prima pareva essersi assopito solo per poi vedersi risvegliare bruscamente, era la stessa eco arrugginita caratteristica delle bottiglie di vetro vuote fatte cadere al suolo dai senzatetto che popolavano i vagoni arrugginiti della vecchia stazione abbandonata. La vecchia stazione, appena dietro l'angolo che gli si parava davanti, come tutte le altre cose brutte della vita. Mentre la sua mente rimaneva paralizzata nel punto in cui si trovava nell'istante del boato, i suoi piedi, incuranti di quella reticenza, avevano già iniziato a dirigersi con la cadenza bislacca propria degli ubriachi, degli anziani e degli anziani ubriachi, verso quel maledetto angolo, terrorizzandone il proprietario.
Un vagone, un'imponente carcassa di ossido che vomitava fetore di trascuratezza e malinconia. Il lampione sovrastante che era stato l'unico tacito testimone del misfatto ora proiettava un'ombra all'interno, quasi a voler sinesteticamente urlare al mondo la denuncia di quanto consumatosi sotto il suo unico luminoso occhio. I piedi continuavano imperterriti il loro viaggio senza ritorno verso quell'unica proiezione sfocata a causa dell'alcool e dello stato di shock. In un disperato quanto riuscito tentativo di riacquisizione del collegamento tra i suoi pensieri e i suoi movimenti finalmente era riuscito a rallentare la marcia, e sebbene controvoglia, a guardare al di là del vetro frantumato che negli anni aveva accecato innumerevoli viaggiatori con la complicità del sole, lo stesso sole che in quel momento temeva non avrebbe più rivisto. L'ombra all'interno, ora che era vicino al punto tale da riconoscerne il tremito affannato delle spalle che certificava lo stato di eccitazione dell'assassino, era ormai diventata la sagoma di un uomo. Di fronte, invece, al suolo, sgualcita, la sagoma di quello che era stato un uomo fino a qualche istante prima. Il volto sorprendentemente sereno del cadavere sembrava fissare il soffitto, quel volto, scoprì con terrore dilagante, era lo stesso che vedeva ripudiava e insultava ogni mattina quando si guardava allo specchio. Era il suo. Era lui. Quell'uomo, morto nel mezzo del nulla in quella notte vuota era lui. Urlò, rivelando la sua presenza alla sagoma che ancora impugnava la pistola e facendola voltare. Mentre continuava a urlare in preda al panico più totale si rese conto del fatto che il volto del cadavere, il suo, era il medesimo che ora ghignante troneggiava sulle spalle di quella sagoma con la pistola. Una rivoltella dalla linea armoniosa almeno quanto in quel momento gli sembrava armoniosa l'idea della morte che aveva appena regalato al mucchio informe di abiti al suolo. Il ghigno cresceva proporzionalmente al grido inumano che non accennava a placarsi, accompagnandolo. La sagoma sollevava l'arma, la avvicinava con una solennità quasi religiosa al ghigno e le faceva emettere un altro boato, uguale a quello che lo aveva spinto ad essere lì dove adesso si trovava a urlare inerme.
Colpevole spettatore di sé stesso che si uccideva dopo essersi ucciso.
Mentre finiva di girarsi un'altra sigaretta quella precedente aveva smesso di fumare, trovando pace. Dopo averla accesa e averne tratto un lungo respiro afferrava il bicchiere, e lo avvicinava alla bocca facendo attenzione e non versare nemmeno una goccia del suo contenuto sulla carne viva che dal giorno seguente quel tremendo ricordo sostituiva la sua pelle.
Bestemmiò, senza più faccia ma con ancora più problemi di prima.
(Scritto per Cooperazione noir 2015)
db
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