giovedì 18 febbraio 2016

Indispensabile, irreparabile, insostituibile.

Una volta una persona mi ha detto che non potevo permettermi di trattare chi e cosa amo come se fosse un cristallo pronto a rompersi alla prima caduta, altrimenti non avrei mai potuto saggiarne l'effettiva solidità; ma forse lo faccio perché so di essere fatto io per primo di qualcosa di frangibile, forse a me piacerebbe essere trattato una volta tanto a dispetto del mio quintale di voce baritonale come se fossi qualcosa capace di grandi cose ma pronto a spezzarsi da un momento all'altro, tipo il ginocchio di Ronaldo.

Una volta una persona mi ha detto che se rompo una bicicletta non devo comperarne una nuova, ma cercare di riparare quella vecchia; ma forse la bicicletta oltre ad averla rotta e ad aver capito che il danno era troppo ingente perché si potesse riparare efficacemente, mi sono accorto di non saperla proprio guidare, e me ne vado a piedi, cado comunque, ma cado da un'altezza e ad una velocità differenti.

Cadute e rotture, dando per scontato che tutto ciò che cade abbia la capacità di rialzarsi e che tutto ciò che si rompe si possa riparare. 
Lasciate che vi dica una cosa: non è così. 
Ci sono cose, nella vita, che sono indispensabili, irreparabili, insostituibili. Cose che, se non vengono maneggiate con la dovuta delicatezza, rischiano di creparsi irrimediabilmente, smettendo di funzionare. 
Non ci sono ingegneri o meccanici al mondo in grado di riparare una persona rotta. Non ci sono attrezzi per rimettere insieme i pezzi di qualcosa di reale ma intangibile. 
Solo gli stupidi non cambiano idea, ma più stupido di uno stupido c'è chi cambia idea perché la prima decisione presa è anche la prima idea avuta. Sarà difficile che uno stupido che prima di decidere riflette a lungo e pondera tutte le alternative sia tanto stupido da ritrattare la sua stessa sofferta decisione.

Di indispensabile, irreparabile e insostituibile, anche per l'essere umano più altruista del pianeta, c'è soprattutto, forse soltanto, la propria stessa persona. È bello buttarsi nel vuoto, piace a tutti, fino a che ti rompi una gamba non è mica una tragedia. Sono gli strappi che non si possono ingessare quelli che fanno suonare il campanello d'allarme, che ti spingono a raggomitolarti in un angolo, il più lontano possibile dal vuoto in cui ti sei buttato, in un vuoto completamente diverso, più freddo ma apparentemente più sicuro.

Anche il rischio più calcolato è un rischio, il che potrebbe portarci a decidere in maniera responsabile che il calcolo dei rischi è una colossale puttanata. Oltretutto io non sono mai stato un drago in matematica, ho sempre avuto troppe parole nella testa per potermi concedere il lusso di apprezzare i numeri. Adesso ho troppe parole nella testa anche per apprezzare le parole.

db