Passano la vita a dirci di costruire la nostra esistenza come se fosse una casa; partire da delle solide fondamenta e poi, un mattone alla volta, innalzarne i muri, piano per piano, badando bene alla solidità della struttura.
Io non so in che tipo di casa voi abbiate deciso di esistere, non so quanto siate soddisfatti della solidità della vostra struttura, ma posso parlarvi della mia, di casa, e di quello che succede quando i muri vengono costruiti ora sulle ali dell'entusiasmo, ora trascinando le braccia con la stessa voglia di vivere di un agnello sotto Pasqua.
Ti succede di svegliarti e di ritrovarti in un ambiente eterogeneo, di vagare per locali muffiti accanto ad altri appena imbiancati, passare da stanze arredate con cura ad altre in cui sembra che i mobili li abbia accostati un vecchio cieco alcolizzato privo di sensi.
Capita poi però, talvolta, nelle camere più trasandate, quelle con due dita di polvere e le tende sempre tirate, quelle in cui avevamo intenzione di non tornare più ma nelle quali a furia di girare si finice inevitabilmente per entrare, di trovare degli oggetti abbandonati o forse addirittura dimenticati che raccogliamo con affetto immutato se non addirittura maggiore; quasi non fossero passati che pochi istanti dal momento in cui sono stati posati per chissà più quale ragione.
Ci sono poi oggetti di cui non si vuole più sapere nulla ma di cui non si è stati in grado di liberarsi; sono stipati in cantina o in soffitta, e la sola vista delle scale che vi ci conducono riporta alla mente i motivi per i quali quegli oggetti stanno ancora in casa, e non per strada nell'indifferenziata e nell'indifferenza.
Il problema più grosso però, paradossalmente, trova terreno fertile nei locali più curati e tirati a lucido, quelli a cui ci si è nel corso del tempo maggiormente affezionati e nei quali si cerca di passare più tempo possibile.
Forse è una questione di probabilità, forse di usura, più probabilmente invece si tratta solo di quella sfiga che colpisce più duramente proprio quando ci dà l'impressione di essersi dimenticata di noi, o di aver deciso di darci una meritata tregua.
Sei sulla tua poltrona preferita con un bicchiere del servizio buono dal quale stai bevendo il miglior vino immaginabile ascoltando un cd meraviglioso. Improvvisamente il cd salta, facendoti sobbalzare e andare il vino di traverso, e allora lasci cadere il bicchiere che si frantuma al suolo scheggiando le piastrelle di marmo non prima di aver irrimediabilmente macchiato la poltrona, ti tagli i piedi camminando sui cocci sporcando il tappeto mentre ancora bocheggi e agitando convulsamente le braccia cercando di afferrare dell'ossigeno fai accidentalmente cadere la cornice contenente la foto di un momento felice. Dietro al quadro si palesa una grossa e grottesca colonia di muffe, nata e proliferata grazie all'umidità della parete condivisa con la stanza adiacente, una di quelle lasciate a loro stesse.
E allora fanculo.
Fanculo.
db